Umorismo e Comicità del Manzoni nei primi tre capitoli dei Promessi Sposi

di Antonio Ruggeri

 

 

Ho trovato, in mio figlio, un sincero estimatore delle capacità ironiche del grande Alessandro Manzoni. Ci siamo dunque messi, insieme, a leggicchiare i primi tre capitoli de “ I Promessi Sposi “, e ne sono scaturite le poche osservazioni che seguono.                                                                                         


“I Promessi Sposi” presentano, fra le svariate caratteristiche ed i complessi contenuti, l’aspetto indiscusso di un romanzo altamente ironico, in molte delle proprie parti. La stessa scelta linguistica dell’autore, che scrive in Fiorentino, vernacolo ironico per eccellenza, non fa altro che confermare quanto stiamo dicendo. Già nei primi tre capitoli, questa simpatica tendenza del Manzoni viene fuori. Si pensi, fra le tantissime altre, alla gustosissima scena svolgentesi nel primo capitolo, ove Don Abbondio si impegna, una volta rincasato dopo la minaccia dei bravi, nel suo dialogo con Perpetua. Già della stessa Perpetua, prima ancora del colloquio col parroco, lo scrittore ci aveva fornito un quadro denso d’ironia: “ Serva affezionata e fedele, che sapeva ubbidire e comandare, secondo l’occasione, tollerare a tempo il brontolìo e le fantasticaggini del padrone, e fargli a tempo tollerar le proprie “; donna “ che aveva passata l’età sinodale dei quaranta, rimanendo celibe, per aver rifiutati tutti i partiti che le si erano offerti, come diceva lei, o per non aver mai trovato un cane che la volesse, come dicevan le sue amiche ”. Il dialogo fra il parroco agitato e la sua pettegola e curiosa interlocutrice è un capolavoro di maestria manzoniana. Da una parte, si dipinge la comica incertezza del pover’uomo fra il dire ed il non dire ( essendo egli giustamente dubbioso circa la discrezione della serva ) il nocciolo della propria preoccupazione; dall’altra, emerge gustosamente la curiosità incorreggibile di Perpetua, combattuta fra la sincera voglia di consolare e consigliare il parroco, e la sua schietta e morbosa curiosità paesana. Questo raffinato senso del comico non viene meno neanche nel secondo capitolo, dove Don Abbondio suscita al lettore tenerezza e sorriso, quando, col suo goffo e timoroso modo di fare, cerca di sfuggire alle focose interrogazioni di Renzo. E torna parimenti a presentarsi nel dialogo, presente nello stesso capitolo, tra Renzo e Perpetua. Anche in questo colloquio, l’inclinazione di Perpetua al pettegolezzo ha il sopravvento su ogni necessità di dicrezione. Ma, forse, il vero apice dell’ironia manzoniana viene raggiunto nell’episodio propostoci nel terzo capitolo. Mi riferisco, evidentemente, alla visita che il povero Renzo, impacciatissimo ed ai limiti del ridicolo, fa all’avvocato Azzecca-Garbugli. Se già vogliamo sorridere, in effetti, lo stesso nome dell’avvocato è tutto un programma. Ma quello che più assume un tono assai risibile è la situazione di per sé. L’avvocato, infatti, si mostra apertamente dalla parte di Renzo e ne accetta i doni, ma semplicemente finchè dura lo strano equivoco. Egli, infatti, non ha ben capito chi gli sta realmente davanti, ed è gentile con lui; ma solamente fin quando crede, per errore, che egli sia, anzichè un onesto giovane, il “ bravo “ di un qualche signorotto locale.

Ma ciò che, a questo punto, viene spontaneo chiederci è di quale metodo si serva così abilmente  Alessandro Manzoni, per la realizzazione dei propri moltissimi capolavori di ironia ne “ I Promessi Sposi “. Innanzitutto, come già evidenziato all’inizio di questo lavoro, direi che lo stesso linguaggio prescelto, il Fiorentino, facilita di gran lunga lo scopo dell’autore. In secondo luogo, noterei il suo  frequente uso, nello scrivere, di espressioni popolari, come quelle messe spessissimo sulle labbra di Perpetua, di Renzo, di Don Abbondio, e di altri personaggi. Ed altro meccanismo, grazie al quale il nostro scrittore ci tramanda veri e propri capolavori d’ironia, consiste nel mettere in luce, in modo certamente indulgente ed affettuoso, tutte le possibili piccolezze e le simpatiche debolezze di tanti personaggi. Si pensi, a mo’ d’esempio, a Don Abbondio: egli è osservato con immensi affetto ed indulgenza dall’autore, ma viene soprattutto descritto nel proprio aspetto di uomo piccolo piccolo, quasi meschino. E’ la tecnica che caratterizza lo scrittore distaccato e borghese: egli ama all’eccesso, infatti, i propri personaggi; ma, dall’alto, li osserva muoversi laggiù, lontani da se stesso, sorridendo della loro simpatica e goffa piccineria.

Marzo 2005